Da trent’anni Simone Riccò lavora con le persone. Non è “nato” coach, né libero professionista, ma è prima cresciuto in aziende diverse per settori, stili organizzativi e dimensioni, guadagnando sul campo ruoli di crescente responsabilità. Ha iniziato a gestire team fin dai primi anni lavorativi, comprendendo subito quanto siano centrali le persone per il successo delle organizzazioni, lo sviluppo dei talenti attraverso quello delle competenze. Come ci chiarirà in questa intervista, da manager a consulente professionista, Simone ha approfondito il suo lavoro con le persone attraverso una visione più ampia, coinvolgente le reazioni della mente e i modi in cui sviluppare le sue connessioni.

Perché un “uomo d’azienda” come lei dopo vent’anni ha deciso di diventare anche coach?
Giusto dire “anche”, poiché presi la decisione di raggiungere un mio nuovo e duplice obiettivo professionale: liberarmi dall’essere un esecutore di strategie aziendali e quindi non mie, e poi dedicarmi completamente a quanto amavo fare di più, cioè aiutare le persone ad evolvere. Egoisticamente, il coaching mi arricchisce, grazie al confronto con l’altro, tanto quanto lo aiuto a definire (o ri-definire) i suoi obiettivi e a raggiungerli, facendo squadra. Se non l’avessi già fatto prima con me stesso e poi con gli altri non mi sarei sentito adeguato, ma ho ottenuto sul campo il diritto di essere cresciuto e aver fatto crescere i miei collaboratori.
E come mai anche l’esperienza di consulente per le Risorse Umane?
Dopo le esperienze lavorative nelle aziende non mi sono improvvisato libero professionista. Sono diventato consulente aziendale collaborando con soggetti accreditati nei servizi alle Risorse Umane, in particolare formandomi con una società di outplacement, prima sui servizi a supporto del ricollocamento, quindi in quelli dedicati alle organizzazioni aziendali. Tra quelli per lo sviluppo delle Persone mi ha conquistato il Coaching, per il quale ho intrapreso infine un lungo percorso formativo e grazie a queste collaborazioni ho potuto erogare numerosi percorsi ad altrettanti manager di aziende clienti. Essere anche un consulente senior, oltre che un coach, permette una marcia in più nell’aiutare il coachee, stando sempre attento a non confondere le cose: guai a fare “coach..ulenza”!
Quindi si è formato con coachee nelle aziende. È in questo ambito che preferisce operare, supportare i manager verso gli obiettivi aziendali?
Non solo, anzi. Il processo di coaching è applicabile in tutti gli ambiti della vita professionale e privata. Certamente lavorare con i manager è stata una bella scuola, sono partito dal mondo a me più vicino per provenienza, questo mi ha permesso di arricchirmi confrontandomi con responsabili anche di alto livello e inoltre ha reso più semplice l’approccio con le Persone in generale, senza la complicazione di contesto lavorativo e obiettivi “dati”. Amo dedicarmi al coachee indipendentemente dal contesto, ognuno di noi ha obiettivi che a volte coincidono, altre non c’entrano, con quelli del lavoro.
Le è mai capitato di partire da un obiettivo dichiarato e scoprire durante il percorso che quello vero era un altro?
Ecco un esempio di quanto essere anche un consulente possa aiutare: quando supporto le persone a ricollocarsi c’è un’intera fase dedicata alla definizione degli obiettivi professionali, che spesso è una ri-definizione: non sa quanto spesso capita che l’obiettivo dichiarato sia frutto di poca riflessione, influenze esterne, pregiudizi, ecc. Uno dei compiti del coach è verificare col coachee la reale rilevanza che attribuisce agli obiettivi, la loro raggiungibilità e tanti altri parametri ancora, affinché ci si possa effettivamente lavorare con successo. Quando poi gli obiettivi non nascono dal coachee, come può accadere in ambito lavorativo, occorre verificare la corrispondenza tra gli obiettivi “dati” e quelli “sentiti” dal coachee. Un mio caso concreto di modifica dell’obiettivo ha anche dimostrato l’utilità della sinergia tra consulenza e coaching: un quality manager licenziato per ristrutturazione si era inizialmente posto l’obiettivo, da lui ritenuto “naturalmente d’obbligo”, di riproporsi come dipendente in un’altra azienda. Dopo una sessione di coaching intensa, abbiamo messo in dubbio tutti i preconcetti, l’obiettivo è stato stravolto ed oggi il coachee è diventato un consulente di successo, felice della sua nuova vita e grato a quella sessione.
Ė un appassionato di viaggi, c’entra qualcosa col coaching?
Credo di sì. Come dicevo non mi sento un turista, quando viaggio, cerco invece di calarmi nella cultura di destinazione, in punta di piedi ma allo stesso tempo cercando di assorbirne i valori, se possibile la filosofia… O almeno ci provo. Per farlo utilizzo alcune delle competenze chiave del coaching, quelle sugli aspetti comunicativi, in particolare le domande dirette, l’ascolto attivo e la loro declinazione più percettiva: ascolto e osservo astenendomi dalla tentazione di confrontare i comportamenti e le credenze altrui con la mia cultura di provenienza, tantomeno con i miei valori. Quando ci riesco torno a casa più ricco, come dopo un percorso di coaching. Essere coach non significa essere concorde con tutti, ma solo rispettarne i valori, specialmente quando si è ospiti, come quando si entra in una nuova squadra, o si conosce un nuovo coachee.