Gennaro Liguoro, un coach dal sé al noi e ritorno

6 Marzo 2026 09:51
10 min.

Molto istruttivo il colloquio con Gennaro Liguoro, coach che vi presentiamo questa settimana. Il suo modello di lavoro ha forti radici nella sua profonda esperienza professionale e umana che aiutano “prendersi cura dell’altro”, a crescere e a riprendersi dopo inciampi e cadute che potrebbero verificarsi nel nostro cammino quotidiano.

Gennaro Liguoro
Gennaro Liguoro

Gennaro, la sua storia inizia con il sogno di bambino di fare il cardiochirurgo per “salvare vite” e attraversa trent’anni di carriera nel settore bancario. In che modo quel desiderio d’infanzia si è trasformato oggi nella sua missione di Life e Business Coach?
Il filo conduttore è sempre stato lo stesso: prendersi cura dell’altro. Se da bambino sognavo di riparare cuori con il bisturi, oggi lo faccio attraverso l’ascolto e la strategia. I trent’anni in banca mi hanno insegnato che le organizzazioni e le carriere non sono fatte di numeri, ma di battiti, emozioni e visioni. La mia missione oggi è “salvare vite” in modo diverso: aiutando le persone a non sprecarle, permettendo loro di ritrovare il proprio centro prima che il peso delle responsabilità le schiacci.

Ha vissuto in prima persona l’esperienza del burnout dopo anni di grandi responsabilità manageriali. Qual è stata la lezione più importante che ha appreso da quella “caduta” e come ha influenzato il suo metodo di coaching?
La lezione più dura, ma necessaria, è stata capire che l’invulnerabilità è un’illusione pericolosa. Il burnout mi ha insegnato che l’eccellenza non può prescindere dall’ecologia personale. Questa “caduta” ha trasformato il mio metodo: non cerco solo la performance, ma la sostenibilità della stessa. Nel mio coaching, la consapevolezza dei propri limiti non è vista come un punto debole, ma come la base sicura su cui costruire un successo duraturo.

Lei si definisce un “Coach Umanistico” e integra strumenti diversi come la PNL e l’Ikigai. In poche parole ci spiega i due strumenti  e come si coniugano con la metodologia del coaching?
Il Coaching Umanistico mette al centro l’interezza della persona. In questo quadro: la Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) è lo strumento tecnico: ci aiuta a decodificare come strutturiamo i pensieri e a riprogrammare i modelli linguistici e comportamentali che ci limitano; lIkigai è la bussola esistenziale: ci guida a trovare l’equilibrio tra ciò che amiamo, ciò in cui siamo bravi, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui possiamo essere pagati. Insieme, permettono al coachee di passare dal “cosa fare” al “chi essere” per agire con efficacia e senso.

Molti manager e professionisti oggi si sentono intrappolati in “relazioni tossiche” — che si tratti di dinamiche lavorative logoranti o situazioni personali difficili — che prosciugano le loro energie e bloccano la loro carriera. In che modo il suo metodo può aiutarli a riprendere in mano la propria vita?
Il mio metodo agisce sulla responsabilità individuale.
Spesso ci sentiamo intrappolati perché cediamo il potere decisionale all’ambiente esterno. Aiuto manager e professionisti a riconsiderare i propri confini e a potenziare l’intelligenza emotiva. Attraverso un percorso di coaching, il professionista impara a disinnescare i trigger emotivi e a smettere di essere “reattivo” per diventare “proattivo”, trasformando l’energia sprecata nel conflitto in energia creativa per la propria carriera.

Nella sua carriera ha aiutato nella crescita moltissimi manager e professionisti verso l’eccellenza. Oggi cosa significa fare un percorso verso l’eccellenza e qual è la sfida maggiore da affrontare?
Oggi l’eccellenza non è più (solo) superare gli altri, ma superare la versione di ieri di se stessi in un mondo volatile. La sfida maggiore non è la mancanza di competenze tecniche, ma la “miopia emotiva”: la difficoltà di restare autentici sotto pressione. Eccellenza significa coerenza tra i propri valori e le proprie azioni, mantenendo una mente aperta all’apprendimento continuo.

In azienda si parla di leadership collettiva. Cosa significa per lei e come la si raggiunge?
Leadership collettiva significa passare dall’ “Io” al “Noi”. Non è più il singolo leader al comando, ma un ecosistema dove la responsabilità e l’influenza sono distribuite. Si raggiunge attraverso la fiducia radicale e la sicurezza psicologica all’interno del team. Il mio compito come coach è facilitare la creazione di una visione condivisa dove ogni talento si sente protagonista del risultato finale, oltre che favorire lo sviluppo delle relazioni in un’ottica di collaborazione e “one vision”.

Nel Life Coaching mi ha parlato spesso di passare dal “sopravvivere” al “brillare”. In che modo i suoi percorsi consentono questo passaggio, questa transizione?
Sopravvivere significa agire per inerzia o per paura. “Brillare”, per me, significa agire per scopo, quello che Simon Synek chiama il “WHY” (il perché). I miei percorsi consentono questa transizione attraverso una profonda pulizia dei blocchi interiori e l’allineamento con il proprio Ikigai. Quando una persona smette di lottare contro se stessa e inizia a valorizzare la propria unicità, la luce che emana — in termini di carisma, risultati e serenità — è naturale e inarrestabile.

Quali sono le sue passioni personali? Con i suoi molteplici impegni come trova il tempo per dedicarsi alle sue passioni?
Le mie passioni sono la mia ricarica: dalla lettura alla costante ricerca interiore unita alla Mindfulness. Trovo il tempo non “ritagliandolo”, ma mettendolo in agenda come una priorità strategica. Applico a me stesso gli stessi princìpi che applico con i miei clienti: la gestione del tempo è, in realtà, gestione delle priorità. Se non nutriamo le nostre passioni, non avremo mai abbastanza energia per guidare gli altri verso le loro.