Priming, Framing: quanto siamo padroni nei nostri pensieri?

18 Novembre 2019 07:07
13 min.

“Priming”, “Framing”: due parole che tolgono l’illusione di avere il controllo dei nostri pensieri…
Se guardiamo su Wikipedia il significato di queste parole, troviamo quanto segue:

  • Priming (traducibile con “innesco”): è un effetto psicologico per il quale l’esposizione a uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi….Il priming è una forma di apprendimento implicito, perché le persone non sono consapevoli dell’effetto che il primo stimolo ha sull’elaborazione del secondo.
  • Framing (traducibile con “inquadratura”):… si riferisce ad un processo inevitabile di influenza selettiva sulla percezione dei significati che un individuo attribuisce a parole o frasi. Il framing definisce la “confezione” di un elemento di retorica in modo da incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre.

In pratica, cosa significa il priming?

Riporto due noti esperimenti.
Il primo fu fatto dallo psicologo John Bargh nel 1996 ed ebbe come oggetto studenti ventenni: furono chiamati a fare un esercizio che consisteva nel costruire una frase di quattro parole di senso compiuto partendo da un elenco di cinque parole. Le frasi da “assemblare” erano circa una decina, dopodiché gli studenti dovevano recarsi in un altro ufficio, percorrendo un corridoio. I ragazzi avevano due set di esercizi con parole diverse tra loro, ma questo non lo sapevano. L’obiettivo dell’esperimento non era misurare la bravura nel comporre le frasi, bensì il tempo di percorrenza del corridoio: ne emerse che un gruppo di ragazzi percorse mediamente il corridoio in un tempo più lungo rispetto agli altri. Da chi era formato questo gruppo? Dai ragazzi che avevano fatto il test dove erano state inserite parole che richiamavano la vecchiaia, come “smemorato”, “calvo”, ecc. (senza citare mai direttamente la parola “vecchio”).

Sì, proprio così, leggere di parole associate alla vecchiaia aveva rallentato il passo di quei giovani; l’esperimento fu ripetuto molte volte, con declinazioni diverse, ma il risultato fu sempre il medesimo. L’effetto “Florida” (così denominato vista l’alta densità di pensionati in questo stato americano) rappresenta un tipico effetto “priming”, del tutto inconsapevole, ma che cambia le azioni e il comportamento di una persona.

Il secondo esperimento è del 1995 quando  Claude Mason Steele e Jason Aronson condussero una ricerca sul ruolo degli stereotipi andando a verificare i punteggi dei test universitari: i test erano i medesimi, ma i dati richiesti prima di effettuare il test erano diversi tra i gruppi analizzati. In particolare due dati erano richiesti solo per un gruppo di persone: quello della razza e quello del genere. Risultato? Le donne e gli appartenenti a razze solitamente oggetto di stereotipi (neri) mediamente avevano punteggi inferiori nei test quando prima di iniziare il test si chiedeva loro il genere e la razza. In altre parole se fai un test in una materia in cui – sulla base di stereotipi o luoghi comuni (basti pensare a “donne e matematica”) si suppone che tu non sia molto bravo – e qualcuno ti fa pensare (inconsciamente) al pregiudizio di cui sei oggetto, anche con il semplice spuntare una casella – questo abbasserà il tuo punteggio nel test. Le ricerche dimostrano che ciò non avviene quando non viene richiamato alcuno stereotipo. (Questo accade perché quando vengono evocati gli stereotipi, parte dei pensieri e delle energie delle persone sono distolte dal compito, a causa della segreta preoccupazione che lo stereotipo possa venire confermato; il tutto senza che la persona ne sia consapevole).

Ricapitolando: parole lette a caso possono modificare il modo con cui camminiamo (e chissà di quante altre azioni!) e un campo anagrafico in più su un modulo influisce sul punteggio di un test (a prescindere da quanto siamo bravi in quella materia). Il tutto nella nostra assoluta inconsapevolezza…

Cosa significa il framing?

Per l’effetto framing scelgo alcuni esempi raccontati nel libro “Pensieri lenti e veloci” del premio Nobel Daniel Kahneman. Pensiamo a una nota finale di mondiali di calcio e alle frasi “l’Italia ha vinto” e “la Francia ha perso”. Che siate italiani o francesi le due frasi vi evocano emozioni diverse: il risultato della partita è lo stesso, ma l’impatto emotivo è diverso.
Passiamo a un esempio meno divertente: “Il tasso di sopravvivenza a un mese è del 90%” e “Nel primo mese si registra un tasso di mortalità del 10%”. Anche in questo caso l’impatto delle due frasi è diverso, nonostante il contenuto sia lo stesso (l’effetto si verifica sia che siate pazienti, sia che siate medici!). “Vittoria, sopravvivenza” nel nostro pensiero sono parole positive, “perdere, mortalità”, invece, sono parole negative. Ed è proprio questa cornice (frame) che influenza la nostra visione della realtà. I pensieri e il comportamento sono molto più influenzati di quanto sappiamo o vogliamo dall’ambiente circostante, o meglio, dalla nostra visione del mondo circostante. Le parole, il modo che usiamo per descrivere le cose (il framing, appunto, o formulazione) ha un grande impatto sulle nostre preferenze, le nostre credenze, le nostre decisioni e, quindi, le nostre azioni.

Riformulare (cioè utilizzare una diversa finestra per vedere la realtà), è impegnativo e di solito il nostro cervello non lo fa, salvo che non ci sia una ragione evidente per fare diversamente. Quindi abbiamo poca abilità nel misurare quanto le nostre preferenze siano legate al frame anziché alla realtà. Pensiamo di guardare alla sostanza delle cose, invece molto spesso ci fermiamo all’involucro esterno, alla descrizione, a quello che vediamo dall’inquadratura che abbiamo davanti.

Un altro esempio? I Paesi che hanno un’elevata percentuale di donatori di organi hanno un modulo di silenzio-assenso, in cui chi NON vuole donare gli organi deve contrassegnare una casella. Viceversa, i Paesi caratterizzati da una bassa percentuale di donatori, hanno uno modulo in cui bisogna contrassegnare una casella se si desidera donare gli organi. Sintetizzando questo vuol dire che il modo in cui è formulato un modulo influenza la probabilità di beneficiare della donazione un organo.

Una delle caratteristiche più potenti del coaching è proprio la ricerca e l’individuazione delle finestre, delle cornici da cui guardiamo il mondo, dei nostri automatismi che attiviamo senza esserne consapevoli e che dipendono anche da questi fenomeni di priming e framing. Certo, non è possibile avere una piena consapevolezza di tutte le influenze a cui siamo sottoposti – considerando la molteplicità delle informazioni di cui siamo inondati, la cultura in cui siamo immersi, gli elementi radicati nel tempo – e non sarebbe utile o salutare per la nostra mente appesantire il nostro “pilota automatico”, considerando che molti di questi automatismi giocano a nostro favore.
Quando, però, sentiamo che non raggiungiamo quello che vogliamo, quando mettiamo ripetutamente in campo comportamenti che non ci portano dove desideriamo…beh allora vale la pena vedere su cosa si fondano i nostri pensieri (in gergo da coach “fondare un’opinione”). L’esercizio di “vedere da dove arrivano le nostre opinioni” crea perlomeno la consapevolezza che siamo molto meno padroni dei nostri pensieri di quello che crediamo…e a volte un piccolo insight può gettare luce su molti aspetti della nostra vita.
Ludwig Feuerbach affermava che “L’uomo è ciò che mangia”. Se quindi è sufficiente un campo anagrafico su un modulo per farci cambiare la nostra performance in un test, se la nostra propensione a effettuare una donazione per un’attività benefica può essere influenzata dal salvaschermo del nostro pc, se il nostro passo cambia a seconda delle parole che vediamo, allora:
scegliamo bene di cosa nutrirci, cosa leggere, cosa guardare (dire che la TV spazzatura non ci influenza a questo punto è poco credibile…); scegliamo con quali persone parlare e confrontarci, cerchiamo opinioni diverse, ogni tanto approfondiamo dove ci porta il nostro pilota automatico e verifichiamo se è il caso di dare nuove istruzioni…

perché tutto questo determinerà i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre azioni in un modo molto più esteso e profondo di quello che razionalmente pensiamo.
Agnese Pelliconi


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