Dolore, sofferenza. I compiti dei figli

30 Maggio 2019 12:21
6 min.

Quello che leggerete qui di seguito è un estratto dal volume “Coaching e Neurosceinze” di Raquel Guarnieri e Paolo BaldrigaPaolo Baldriga. Un interessante lettura, partendo dal significato del dolore e della sofferenza, in prossimità della chiusura dell’anno scolastico e in proiezione per il nuovo.

Dolore e sofferenza è una distinzione di cui parla Buddha quando afferma che il dolore fa parte della vita ed è inevitabile, mentre la sofferenza è opzionale. Il dolore è un fatto e non può essere modificato, mentre la sofferenza non è altro che l’emozione che nasce da tutte le conversazioni attorno alla perdita.

Tutti noi nell’arco della nostra vita ci dobbiamo confrontare con delle situazioni dolorose, ma siamo in grado di evitare la sofferenza cambiando le conversazioni che girano intorno al dolore Confondere il dolore (ineluttabile) con la sofferenza (opzionale) non ci permetterà di agire su quest’ultima, anche quando potremmo; il ri-sentimento è un’esperienza privata e personale e può essere paragonato al concetto di sofferenza prima delineato. Io posso solo decidere cosa fare con un’emozione ma non eliminarla o fare finta che non esista, né tantomeno analizzarne la genesi; in una sessione di coaching è opportuno indagare sull’emozione ma non per capirne la causa, bensì per comprendere come quell’emozione non permette al coachee di raggiungere il suo obiettivo e aiutarlo attraverso le domande a tirare fuori qual è l’emozione che gli servirebbe .

Quando si lavora sull’emozione del coachee è opportuno aiutarlo a essere consapevole del dialogo interno che sostiene quell’emozione; in seguito, e sempre dopo il suo benestare, il coach lo può aiutare a “creare” altre conversazioni per generare l’emozione di cui ha bisogno

Di seguito un esempio di dialogo in una sessione di coaching sull’emozione in cui il coachee definisce come obiettivo della sessione il fatto di provare una emozione diversa quando aiuta il figlio a fare i compiti.
Coachee: vorrei non arrabbiarmi quando aiuto mio figlio a fare i compiti.
Coach: cosa ti dici internamente quando ti arrabbi?
Coachee: perché non capisce? Ho anche pensato che potrei farlo fare a una terza persona, ma per una serie di motivi non è la soluzione ideale Sicuramente non posso chiederlo a mia moglie… vorrei tanto non arrabbiarmi
Coach: mi puoi descrivere di cosa è fatta la tua rabbia?
Coachee: sì… ecco, per esempio, alzo la voce, divento intollerante e non riesco ad aiutare mio figlio… e subito dopo provo un fastidio verso me stesso.
Coach: cosa è questo fastidio?
Coachee: penso di perder tempo e di toglierlo ai miei interessi.
Coach: quale pensiero ti potrebbe togliere il fastidio?
Coachee: (silenzio) pensare ad esempio che sto aiutando mia moglie e che il mio tempo serve per aiutare lei ad averne di più.
Coach: e questo ti aiuterebbe a non provare la rabbia di cui mi parlavi prima?
Coachee: credo di sì… sì, penso che riuscirei a gestire diversamente la situazione e forse riuscirei a provare più piacere nel fare i compiti con mio figlio.


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